La Violenza Negata

Light, Pic by Giulia Lazzarotti

Oggi, 25 Novembre, si celebra la Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Oggi si parlerà di violenza, si parlerà di donne, si parlerà di rispetto e di parità.
Ma come sono viste le donne nell’Italia del 2020? Di quale tipo di violenza si parlerà?

È storia recente il caso di una maestra di Torino che ha subìto violenza dall’ex fidanzato.
L’uomo decide arbitrariamente di condividere, attraverso una chat whatsapp, un video intimo che ritrae i due mentre fanno sesso, senza il consenso della donna. Questo è un reato ed ha un nome: Revenge porn, ma sarebbe più corretto identificarlo con “abuso“. E invece quasi nessun giornale lo tratta come un caso di violenza di genere, anzi, si sposta l’attenzione sul lavoro della donna e si rimarca il suo essere una maestra d’asilo, quasi a voler sottolineare la dualità purezza/bambinə e sesso/sporco.
Non sappiamo nulla del lavoro di lui, non sappiamo cosa faccia nella vita, non sappiamo nulla sulle abitudini dei frequentatori di quella “virtuosa” e ormai nota chat del calcetto, non sappiamo nulla sulla coppia che denuncia alla preside una persona innocente. Non ci siamo interrogatə su chi fossero queste persone, non li abbiamo giudicati per il fatto di scambiarsi video sessuali, in questo caso privati, commettendo un reato. Questo alla fine è normale, la famosa goliardata.  
Tutto è permesso a certi uomini, mentre la donna vittima è stata addirittura licenziata dalla preside (denunciata poi per diffamazione) in nome di un presunto affronto alla sua professione, in nome di un ipocrita pudore tutto italiano. Adesso ci sarà un processo, dove è ragionevole credere che la donna verrà reintegrata nel suo posto di lavoro.

Se oggi proviamo a cercare notizie su questa emblematica storia, troveremo quasi esclusivamente titoli riguardanti le dichiarazioni dell’ex calciatore della Juventus, Claudio Marchisio, che si è esposto pubblicamente denunciando il revenge porn. Lodevole, certo, ma questo è sintomatico del giornalismo nostrano, che vive di slogan ed ha bisogno di idoli che portino avanti una causa.
Idoli, rigorosamente uomini.
Non si sta qui attaccando Marchisio, anzi ciò che ha dichiarato è giusto e può arrivare anche agli uomini più scettici. Ma le voci delle donne? Dove sono? Eppure siamo noi che cresciamo con il problema volgare della “reputazione”, una squallida etichetta che modella i nostri comportamenti giorno dopo giorno sulla base di dogmi esterni a noi, e che valgono sempre e solo per le donne.
Sono le nostre vite ad essere rovinate, siamo noi che arriviamo ad ucciderci, perché certi pesi a volte diventano insostenibili. Però ancora una volta abbiamo bisogno di una bandiera, rappresentata da un uomo, famoso e di successo, certamente una brava persona, ma qui è il simbolo che quell’uomo rappresenta che si vuole criticare. Il Salvatore che alza la testa e parla, e la maggior parte degli articoli riportano quelle dichiarazioni come estremamente illuminanti.
Leggete che cosa ha pubblicato sulla sua pagina Facebook la scrittrice Djarah Kan, riflessione presa dal suo blog Latte Riot:

“Il REVENGE PORN è lo strumento di rieducazione di una donna, preferito dalla collettività. Perchè diciamocelo chiaramente. Quante volte i nostri padri o le nostre madri ci hanno impedito di uscire la sera? Di frequentare ragazzi, o di avere una vita sessuale libera? E secondo voi perché provavano ad esercitare un controllo così serrato su quello che facevamo con la nostra vagina? Di cosa avevano paura, se non della possibilità reale che a furia di stare con i maschi e di fare sesso, noi figlie, avremmo potuto rischiare di perdere la reputazione di ragazze per bene (che di certo non usano il sesso per divertirsi come i maschi) davanti alla comunità, agli amici e ai conoscenti?”

Djarah Kan

Queste dichiarazioni sono probabilmente di nicchia, non le trovo riprese dalle grandi testate, e voi mi direte “certo, Marchisio è un calciatore!” e si sa che in Italia i calciatori di successo sono alla stregua degli eroi nazionali… Però io temo sia una visione un po’ miope della cosa.
Questo Paese il problema lo ha con le donne, con le donne che si espongono e che rivendicano i loro sacrosanti diritti. Donne che, ancora oggi, devono dimostrare di essere più brave di un uomo per arrivare, devono paragonarsi. E il metro di giudizio sono, ancora una volta, gli uomini.
Abbiamo bisogno di uomini alleati, uomini che ci affianchino e che capiscano e condividano le nostre lotte, non di uomini che, persino nel concordare con le nostre battaglie, ci scavalchino prendendo la parola e la scena. È sconfortante lo spettacolo al quale assistiamo, è scadente.

London, Fitzrovia 2020, Pic by Giulia Lazzarotti

Per questo credo che oggi, 25 Novembre, ci sarà la solita fiera dell’ipocrisia, ci saranno immagini di donne tumefatte, sfigurate, a ricordarci che l’unica violenza è quella.
La violenza fisica. La violenza evidente.
Mentre tutto il resto è frutto della nostra immaginazione, è “esagerazione”.
Ribelliamoci a questa narrazione, ribelliamoci e diciamo a gran voce che un certo tipo di giornalismo è violenza.
Chi ci vuole un passo indietro, esercita violenza.
Chi pubblica nostri scatti intimi senza consenso, agisce violenza.
Chi ci denuncia per un video privato, in cui facciamo semplicemente sesso, ci violenta.
Chi ci costringe, fuori o dentro una relazione, a fare sesso, ci sta violentando.
Coloro che rivittimizzano, sono violentə.
Chi dice come dobbiamo comportarci e vestirci, commette violenza.
Chi ci racconta che ci sono ben altre battaglie, e si permette di suggerirci le priorità, ci fa violenza.
Chi dice che siamo un po’ pesanti con questa storia del linguaggio di genere, fa violenza.

La violenza si chiama anche Genovese, Feltri, Laterza, con pesi non paragonabili tra loro, ma questa assume svariate forme, più o meno forti, visibili, e criminali.
E tutta contribuisce all’humus culturale dove si arriva all’annientamento delle donne.
Cito questi tre esempi perché sono solo i casi più recenti, che ci spingono ad alzare ancora più forte la voce.
La violenza subdola e strisciante, è spesso difficile da scovare, è una sfumatura presente in troppe frasi, in troppi sguardi, che tenta di zittirci e di renderci “gestibili”, lasciandoci – forse – scampoli del potere altrui.
Quella è il fardello più pesante, perché plasma i nostri pensieri ed i nostri comportamenti, e non ci lascia nemmeno il tempo di guardare le nostre macerie.
Smettiamo di negarlo. Smettiamo di negare che quelli siano abusi.

Ma la consapevolezza si sta facendo largo tra le nuove generazioni, e gli occhi sono sempre più aperti su una società che può e deve essere cambiata, insieme a tutte le persone che vorranno essere a fianco delle donne nelle loro lotte.

Qui di seguito lascio l’estratto finale della tesi “Data Feminism e Visual Mapping: Una narrazione metodologica dal linguaggio alla violenza di genere”, su violenze e bisogno di femminismi.

Dobbiamo continuare a raccontare storie, storie di discriminazioni ancora troppo presenti, di donne spesso senza voce. Donne che vivono realtà inascoltate, che si sentono invisibili, forse perché scarsamente congeniali alle logiche del clickbait, ma che si trovano ad affrontare montagne di discriminazioni e dolore ogni giorno, in un vortice di parole e giudizi che confonde. A causa di tutto questo le donne possono sentirsi sbagliate, o “non abbastanza” vittime da gridare la propria insoddisfazione. Viviamo in un Paese dove si deve alzare la voce anche solo per chiedere di essere “nominate” all’interno di un processo che potrebbe sembrare naturale come il linguaggio; mai questo avviene quando si tratta di insultarle, le donne. In questo caso siamo sempre presenti e sempre nominate, con epiteti ingiuriosi che non trovano quasi mai corrispondenza al maschile.

Non ci si dovrebbe perciò stupire se alcune tendano, ancora oggi, ad auto-oggettivarsi, credendo che il naturale svolgersi dell’esistenza di una donna, sia essere comparsa nella vita dell’uomo o, in alternativa, essere lui. C’è ancora un gran bisogno di femminismo e anzi, di femminismi. Vi è la necessità che anche gli uomini si dicano femministi e procedano a fianco delle donne, allontanandosi dal giogo – mascherato da vile e squallido potere – che la cultura patriarcale impone o propone loro, privandoli di fatto di un’identità reale, e cucendogli addosso l’identità fittizia che “ci si aspetterebbe” da un uomo. Serve la forza di tutte le donne per poter combattere una cultura priva di rispetto e misogina, mai sradicata davvero; un bisogno di disattendere le aspettative altrui, se non sono – in primis – le nostre.

Non si può cedere alla finta illusione di una fantomatica parità già raggiunta. Al contempo, educare i bambinə ad una sana parità, conoscenza, e valorizzazione delle rispettive differenze, potrà spezzare certe logiche aberranti e prive di fondamento.
Fosse anche una sola donna a morire – anche psicologicamente e moralmente – per mano di un uomo, o ad essere sottomessa come schiava di una cultura retrograda… Difficilmente potremmo continuare ignorando, schernendo, o sminuendo le violenze.
E, soprattutto, difficilmente potremmo dirci una nazione civile.”

Ricordiamoci del 25 Novembre tutto l’anno, questo vale per tuttə noi.

Presente
Educazione femminista, Pic by di Sara Zimmerman
Futuro?
In questa illustrazione, lo scontento della
madre è stato trasformato in un sorriso, grazie al significativo ritocco di Annalisa Dordoni, ricercatrice all’Università di Trento, Centro Studi Interdisciplinari di Genere (CSG), e collaboratrici.

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