(IN)Decenza Urbana

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“Io ho scelto… e tu?” Campagna promozionale del 2010 dell’APT di Massa-Carrara.
Quando Massa sacrificava ben volentieri il ragguardevole senso del “pudore”, a scapito del corpo della donna, strumentalizzato per “adescare” turisti.
Immagine tratta dal sito de “Il Tirreno

In questi giorni si è discusso estensivamente della mancanza di “decenza” di Carola Rackete, capitana della Sea Watch, rea di essersi presentata in Procura priva di un indumento fondamentale – secondo la redazione del quotidiano “Libero”: il reggiseno. La capitana viene definita da Libero “sfrontata”, sia sul piano politico che su quello personale e, ad avallare la loro tesi misogina, ci sarebbe appunto quella di decidere liberamente che cosa indossare o non. L’articolo ha suscitato diverse polemiche tanto che due ragazze torinesi hanno deciso di indire una giornata di solidarietà a Rackete, il #freenipplesday, proclamata per il 27 Luglio; ovvero la decisione di andare prive di reggiseno in qualunque luogo, una protesta pacifica e “naturale”, auspicandosi che cessino questi attacchi alle libertà personali di ogni individuo.

E proprio in giorni roventi come questi di decoro si vuole parlare: pare che a Massa, cittadina toscana, sia stato approvato un regolamento della Polizia Urbana che all’articolo 12, “Prostituzione”, dispone che si vieti di:
“porre in essere comportamenti diretti in modo non equivoco ad offrire prestazioni sessuali a pagamento, consistenti nell’assunzione di atteggiamenti di richiamo, di invito, di saluto allusivo ovvero nel mantenere abbigliamento indecoroso o indecente in relazione al Luogo.”

Si sta dicendo che vi sarà una sorta di “dress code” da tenere per non essere scambiate lavoratrici del sesso. E non solo, anche gli atteggiamenti “da prostituta” saranno perseguibili. Chiaro che di fronte a questo capolavoro di nefandezze demodé gli interrogativi siano molteplici, a partire da chi e che cosa definisca il concetto di decoro in relazione a degli indumenti o a dei comportamenti? Il perché sia riferito solo alle donne (si parla di prostitute, perciò donne) e non si faccia menzione degli uomini ad esempio, loro non possono essere ritenuti indecorosi? Per quale ragione?
Un’altra riflessione è legata all’età, da quale anno di età si può ritenere che un paio di shorts siano ritenuti indecorosi? Dalla maggiore età? Quando una bambina passa dal decoroso all’indecoroso, rischiando di essere scambiata anch’ella per una prostituta? Quanti centimetri devono essere un paio di shorts per non essere passibili di denuncia, e quanto corto un top? Inoltre, sarebbe interessante fornire alle cittadine una mappa con i quartieri più consoni ad indossare abiti succinti… Forse casa propria?
E quali sono i fantomatici atteggiamenti atti a stimolare oltremodo lo sguardo maschile, tanto da trarli in inganno? Un cenno? L’autostop? Un saluto troppo sguaiato? Una linguaccia? Una risata fragorosa?
O magari ascoltare “Pretty Woman” a tutto volume?

Ed infine si pone in essere la grande discriminazione nei confronti di chi si prostituisce, venendo tacciata in modo inequivocabile di impudicizia, indecenza, sconvenienza…
Come se non si trattasse nemmeno di persone – spesso costrette peraltro – ma di un qualcosa da nascondere perché degradante per il “Decoro Urbano”, come un qualunque cassonetto traboccante inciviltà.

Il tutto senza far menzione esplicita dei poveri maschi, definiti “clienti”, che addirittura – avvolti in una nube di inettitudine – verrebbero in qualche modo “adescati” dalle lavoratrici in questione. Si legge:
“La violazione si concretizza con lo stazionamento e/o l’appostamento della persona e/o l’adescamento di clienti e l’intrattenimento con essi e/o con qualsiasi ulteriore atteggiamento o modalità comportamentali, incluso l’abbigliamento, suscettibili di ingenerare la convinzione che la stessa stia esercitando la prostituzione”.
Ed ancora si rimarca l’assurda componente abbigliamento.

Ci chiediamo se oggi, nel 2019, siano accettabili regolamenti come questi, anche se la risposta sta davanti ai nostri occhi:
Il regolamento contenente questi articoli, è stato approvato mercoledì sera, 24 Luglio, da parte della maggioranza del consiglio comunale massese (Lega, che governa la città con il Primo Cittadino Francesco Persiani, il Popolo della Famiglia, Fratelli d’Italia e la Lista Civica Persiani). Da Mercoledì 24 Luglio, a Massa, si rischiano 450 euro di sanzione (eventualmente convertibili in lavori socialmente utili) ed una sorta di DASPO, ovvero un provvedimento di allontanamento dalla zona in cui si è verificato il “fatto”, qualora questo venisse accertato. In caso contrario si rischierebbe soltanto la sanzione, per aver contravvenuto al regolamento in fatto di abbigliamento indecoroso o saluti ed esternazioni inappropriate, ad insindacabile giudizio dei vigili di turno.

Questa “educazione al decoro” che la giunta massese crede di impartire a suon di imposizioni, sanzioni, e allontanamenti, non potrà che instillare confusione nei cittadini e soprattutto nelle cittadine, vero bersaglio di questo divieto.
L’unica cosa veramente indecorosa, indecente e, soprattutto, violenta, è l’imposizione cieca volta a discriminare, e l’arrogarsi il diritto di decidere ancora una volta per le donne, del corpo delle donne, come debbano abbigliarsi e/o comportarsi pur di non generare sospetti e/o sconvolgimenti negli uomini, che sia mai, potrebbero scambiarle per pericolosissime ed ammiccanti prostitute.

Giulia Saravini Lazzarotti

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